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Algoritmi di selezione del personale e discriminazione

Un candidato o un dipendente pensa di essere stato scartato o penalizzato da un sistema automatico in modo discriminatorio.

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Le rispondiamo entro 24 ore. La strategia legale resta dell'avvocato, noi ci occupiamo della parte tecnica.

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Lo scenario

Cosa succede di solito

Un'azienda usa un software per filtrare i curriculum, assegnare punteggi o fissare i colloqui.

Un candidato viene escluso e sospetta che abbiano pesato l'età, il genere o un altro dato personale.

In azienda nessuno sa spiegare con precisione come il software assegna i punteggi.

Il software è di un fornitore esterno e i criteri stanno in parte nella sua configurazione.

Lo stesso può succedere con turni, promozioni o valutazioni delle prestazioni.

Le due parti

Cosa deve dimostrare ognuna

Cosa deve dimostrare chi fa causa

  • Che il sistema ha avuto un peso nella decisione.
  • Che i criteri o i dati usati penalizzano un gruppo di persone.
  • Che a parità di requisiti l'esito cambia per persone di gruppi diversi.

Cosa deve dimostrare chi si difende

  • Quali criteri usa il sistema, e che nessuno riguarda dati protetti.
  • Che la decisione finale l'ha presa una persona, e su quali basi.
  • Che gli esiti non mostrano differenze ingiustificate tra gruppi.

I sistemi AI usati per selezionare il personale sono fra quelli ad alto rischio dell'allegato III dell'AI Act, con obblighi applicabili dal 2 dicembre 2027. Le norme antidiscriminazione valgono già. Il decreto legislativo 216/2003 (artt. 2 e 3) riguarda religione, convinzioni personali, disabilità, età e orientamento sessuale. Il decreto legislativo 198/2006 (artt. 25 e 27) riguarda la discriminazione in ragione del sesso, anche indiretta e anche nella selezione. Il decreto legislativo 215/2003 riguarda razza e origine etnica. L'art. 15 della legge 300/1970 rende nulli gli atti discriminatori del datore di lavoro, nei casi previsti. Il candidato deve portare elementi concreti che facciano presumere una discriminazione. A quel punto, nei casi previsti dalla legge, tocca al datore di lavoro dimostrare che non c'è. Il GDPR chiede un trattamento corretto dei dati e prevede garanzie sulle decisioni prese solo in modo automatico, quando si applicano.

Cosa analizza il consulente tecnico

  • La configurazione del sistema: criteri, pesi, filtri e soglie.
  • I dati usati per addestrare o tarare il sistema, quando sono disponibili.
  • Le statistiche sugli esiti: chi è passato e chi no, divisi per gruppo quando i dati lo permettono.
  • Prove sul sistema con profili costruiti apposta, uguali tranne che per un dato.
  • Il ruolo delle persone nel processo: chi vedeva cosa, e chi decideva.

Domande da fare subito

  1. Il sistema scarta in automatico, assegna un punteggio o dà solo un suggerimento?
  2. L'azienda ha la documentazione del fornitore su come funziona?
  3. I dati delle selezioni passate esistono ancora?
  4. Il candidato sapeva che nella selezione c'era un sistema automatico?

Le domande che ci fanno

Domande frequenti

Si può dimostrare che un algoritmo discrimina?
A volte sì, con prove sul sistema e statistiche sugli esiti. Servono abbastanza dati e l'accesso al sistema o alla sua documentazione. Nella relazione indichiamo quanto sono solidi i risultati.
E se il fornitore non dà accesso al sistema?
Si lavora su quello che c'è: esiti, documenti del fornitore, dati dell'azienda. Come ottenere il resto lo valuta l'avvocato. Per i dati può chiedere al giudice un ordine di esibizione (art. 210 del codice di procedura civile). Per esaminare il sistema può chiedere un'ispezione (artt. 118 e 258 del codice di procedura civile). L'accesso a un sistema non è mai automatico: il giudice valuta se serve e con quali limiti.
Fate verifiche anche prima che ci sia una causa?
Sì. Possiamo analizzare un sistema di selezione in uso e indicare i punti deboli dal lato tecnico. Il metodo è lo stesso della perizia.

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